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   Ex Monastero degli Agostiniani (Palazzo di Città)
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Nel casale di Zappino, sull'altura cui rimase il toponimo di S. Agostino, si era formato, secondo la tradizione, nel corso del XIV secolo, un convento per un altro degli ordini che ebbero maggior fortuna nel Medioevo, quello degli agostiniani. Sempre nel corso del Trecento, proprio negli ultimi anni del secolo, il principe Sanseverino costrinse i frati a spostarsi dall'area centrale e ben munita in cui avevano il loro convento, in quella dove esisteva, dai tempi di Isabella d'Apia, il palazzo comitale, sulla riva sinistra  grandezza dell'edificio e le cure ad esso dedicate dagli agostiniani, la sua posizione nel centro cittadino, non lo proteggevano, nel Seicento, da vere e proprie «occupazioni». Le stesse qualità (centralità e vaste dimensioni) che l'edificio conservava ancora al momento dell'avvento del francesi, lo fecero prescegliere quale sede deputata per i più importanti comune10.gifuffici amministrativi della città. La destinazione comportò totali trasformazioni all'interno della fabbrica conventuale; suddivisioni degli ambienti e sopraelevazioni ne hanno mutato completamente l'aspetto, oggi privo di ogni interesse, con la sola esclusione del chiostro che, nonostante l'apertura di vani di forme ed altezze diverse, presenta ancora motivi di interesse. La datazione dei tre invasi claustrali (Avigliano, S. Agostino, SS. Filippo e Giacomo) si riferiscono al momento del completamento, ma in base alla caratterizzazione degli elementi strutturali e decorativi il più antico sembra quello di Avigliano seguito da quello del conservatorio e, buon ultimo, da quello agostiniano. Se il chiostro di Avigliano - con grave ritardo - sembra risentire, nella qualità di alcuni particolari architettonici, dell'influenza di quel gusto toscano che aveva ispirato a Napoli gli ambienti claustrali risalenti al periodo aragonese, un discorso diverso coinvolge gli altri due esempi campagnesi più vicini, nella maggiore pesantezza delle membrature, nell'accentuazione di alcuni elementi come i basamenti delle colonne, nella soluzione angolare, a forme tardocinquecentesche, rappresentate nella capitale da opere quali il chiostro della Certosa di S. Martino, quello «di marmo» dei SS. Severino e Sossio, quello del Gerolomini. L'invaso appare chiaramente scandito, su ogni lato del quadrato di base, dalla successione di quattro archi in pietra viva sottilmente modanata. Negli angoli due semicolonne addossate al lati di un grosso pilastro appesantiscono l'insieme strutturale ed indicano il superamento dei modelli tardoquattrocenteschi toscani.Le nervature delle crociere del porticato confluiscono in peducci molto semplificati, uno scalino corre lungo tutto l'ambiente e si amplia a costituire la prima modanatura della base di ogni colonna conferendo unità all'insieme, unità ribadita dalla sottile cornice sulla quale sono impostate le ornie di tutte le aperture del piano superiore. Il «peso» dei basamenti e l'insufficiente sviluppo verticale delle colonne conferiscono scarsa leggerezza all'insieme, ma l'impressione è mitigata dalla soluzione impiegata nella costruzione degli archi il cui diametro non coincide con il piano di imposta sul capitello; in tal modo si assottiglia la struttura nel punto di contatto fra arco e colonna e contemporaneamente se ne accentua lo sviluppo verticale. Più complesso si presenta invece il discorso per quanto riguarda la chiesa dell'Annunziata, le cui strutture di copertura crollarono con il terremoto del 1980, lasciando pericolosamente in piedi le membrature della facciata che i tecnici si affrettarono a demolire completamente. La devozione dei campagnesi per questa chiesa ha comportato nei secoli continui rifacimenti, ed essa mostrava un aspetto decisamente ottocentesco. Solo di recente, nel corso di alcuni saggi, sono venute alla luce, nella zona absidale, tracce di affreschi trecenteschi. Lo schema planimetrico era a tre navate con gli ambienti laterali nettamente in subordine rispetto all'invaso centrale coperto da soffitto piano che nascondeva le capriate. Oltre l'arco trionfale, sull'incrocio della navata con i bracci del transetto, insisteva una scodella; un semicatino ricco di stucchi illuminati da un ampio finestrone di gusto settecentesco copriva la profonda parte absidale. La facciata, demolita , era scandita al centro dalle successive aperture del portale, dalla finestra archivoltata e dall'oculo inserito nel timpano di chiusura. Modesti aggetti in pietra al primo livello, in stucco al piano superiore, ed una pesante cornice a limitazione del piano basamentale conferivano movimento e chiaroscuro ad un prospetto nell'insieme modesto e scarsamente fruibile data la posizione urbanistica. Maggiore interesse ambientale poiché affacciato su uno spazio più ampio aveva il prospetto laterale, al cui primo livello si apriva un portalino in pietra, ancora in sito, mentre la parte superiore era scandita dalle aperture che illuminavano la navata centrale.